mercoledì 31 agosto 2011

Non si può rubare la luna




Ryokan, un maestro di Zen, viveva nella più assoluta semplicità in una piccola capanna ai i piedi di una montagna. Una sera un ladro entrò nella capanna e fece la scoperta che non c’era proprio niente da rubare.
Ryokan tornò e lo sorprese.
«Forse hai fatto un bel pezzo di strada per venirmi a trovare,» disse al ladro «e non devi andartene a mani vuote. Fammi la cortesia, accetta i miei vestiti
in regalo». Il ladro rimase sbalordito. Prese i vestiti e se la svignò.
Ryokan si sedette, nudo, a contemplare la luna. «Pover’uomo,» pensò «avrei voluto potergli dare questa bella luna».

(da 101 storie zen, nyogen senzaki e paul reps)


Ciao
Giancarlo 

sabato 27 agosto 2011

L'opinione altrui


In realtà il valore che noi attribuiamo all’opinione degli altri e la nostra preoccupazione costante al riguardo oltrepassano di regola ogni ragionevole giustificazione, tanto da poter sembrare una specie di mania generalmente diffusa, o piuttosto innata. In tutto ciò che noi facciamo o non facciamo si prende in considerazione l’opinione altrui quasi prima di ogni altra cosa, e con un’attenta analisi vediamo che da tale preoccupazione nasce quasi la metà di tutte le afflizioni e le ansie da noi provate.

(A.Schopenauer, L’arte di insultare)



Ciao
Giancarlo




mercoledì 24 agosto 2011

Sono il il problema!


A chi non è capitato di affrontare un problema?
Di subirlo, di sopportarlo e soffrirlo?
Di solito si cerca anche di risolverlo.
A volte si riesce, a volte no.
A volte non si sa.
C’è una  bella disciplina nota come “problem-solving” appositamente creata ed utilizzata nei vari campi delle umane attività.
E ci sono anche dei consulenti specializzati nel risolvere i problemi più svariati e che sono anche molto ben pagati.
Comodo no?
Ho un problema? Chiamo quello che li risolve!
Magari non tutti hanno il budget di una multinazionale. E allora che fare?
Quale che sia il problema da affrontare, un esercizio molto efficace per generare una motivazione utile per se stessi (e anche per gli altri), secondo me, consiste nel dire a se stessi: “Sono io il problema”.


Infatti, una volta che ci si vede come il problema, ci si vede anche come la soluzione.
Eh??
Suona strano, vero?
Questa cosa l’ho letta diverse volte e quando la leggevo ci rimanevo un po’ di sasso e passavo oltre. Poi un giorno ci ho riflettuto bene ed ho avuto l’intuizione che nella maggior parte delle situazioni, in effetti, siamo noi il problema. La nostra mentalità, il nostro modo di vedere le cose, le nostre aspettative costituiscono il maggiore ostacolo al nostro successo.
Guardando noi stessi come vittime dei nostri problemi, perdiamo la capacità di risolverli.
Se consideriamo e crediamo che la fonte dei nostri problemi è al di fuori di noi, chiudiamo le porte alla creatività. Invece, quando pensiamo “sono io il problema” avviene un  grande sovvertimento energetico in quanto cambia radicalmente il punto di vista e la conseguenza è che possiamo diventare la soluzione.
Si può usare questo metodo proprio come un investigatore parte da un’ipotesi per capire cosa è successo sulla scena di un crimine.
Anziché puntare solo su quello che le apparenze portano a supporre può farsi anche altre domande tipo:  “E se gli assassini fossero stati due, invece di uno?”
“E se Tizio fosse d’accordo con Caio?”
Ovviamente gli si aprono nuove possibilità. La televisione ormai ci ha abituati ai grandi delitti e a seguire tutte le piste ma la cosa dal vero è meno scontata di quello che si possa pensare.
Tutto ciò non deve portare necessariamente a dover provare che gli assassini erano due. Stesso discorso se scegli di pensare che sei tu a essere il problema:
è soltanto un modo diverso di vedere le cose.


Al prossimo problema, quindi, sai cosa fare.
Mi raccomando però di non puntarti il dito indice contro ed autoaccusarti, giudicarti e condannarti! Questo sarebbe, oltre che poco risolutivo, solo autolesionistico.


Ciao
Giancarlo


martedì 16 agosto 2011

Meditate gente meditate




“Per te la meditazione é solo una parola. Non è ancora un sapore, non è diventata un nutrimento, per te non è ancora un'esperienza; per questo posso comprendere la tua difficoltà ad accettare che qualcosa di così semplice possa funzionare. Ma anche tu devi comprendere la mia difficoltà: forse le malattie sono molte, purtroppo io ho solo una medicina. E la mia difficoltà è questa: continuare a vendere la stessa medicina per i pazienti più diversi, per le diverse malattie.
Non mi interessa sapere quale sia la tua malattia, perché ho solo una medicina. Discuterò con te, qualsiasi sia il tuo male, ma alla fine voi tutti dovrete accettare la stessa medicina. Non cambia mai. Per quanto ne so, in questi trentacinque anni non è mai cambiata.
Ho visto milioni di persone, mi sono confrontato con milioni di interrogativi, i disagi più diversi, e prima ancora di sentire le domande di tutte quelle persone, sapevo la risposta. Non importava quale fosse la domanda. Ciò che conta è sempre stato questo: come fare in modo di portare la loro domanda alla mia risposta.”
(OSHO)




Non tutti hanno le capacità e le doti di Osho né tutti dobbiamo condividere tutto quello che dice ma possiamo provare a trovare degli argomenti che possono farci riflettere.

Nella nostra vita di tutti i giorni andiamo sempre più di corsa, facciamo sempre più cose.
Di anima non si parla più: manca il tempo per farlo. La fretta, la furia, il frastuono, le vicissitudini quotidiane annullano inesorabilmente il nostro tempo, non lasciano tempo alcuno da dedicare a se stessi. E, paradossalmente, allorché ci si ritrova di fronte al cosiddetto "tempo libero" tutta la tensione accumulata in quel vivere frenetico, l'adrenalina in circolo, il rimosso a causa di norme, doveri e costrizioni, impongono di ricercare svaghi che sono di nuovo fonte di tensione: si vive in coda sull'autostrada per ore, si fa la fila al cinema, ci si stordisce in discoteca, ci si "svacca" sul divano con la tv accesa.
E si va avanti così, senza fermarsi mai, pensando che forse un giorno le cose cambieranno o che la vita è così. Ma è davvero così?
E se ci prendessimo un po’ di tempo tutto per noi?
Una mezz’oretta al giorno?
Non servono ore. Possono bastare anche dieci minuti.

La vita frenetica ci fa accumulare stordimento e assopimento che può solo produrre disarmonia, di certo non aiuta a entrare in contatto con se stessi, e impedisce sicuramente di mettere a fuoco i problemi, frutti inevitabili di tanta incoscienza.
Che dire della ricerca di un significato esistenziale e della realizzazione del proprio destino di esseri umani?
Questa stessa confusione si ripercuote nel rapporto di coppia, nel contesto sociale, negli abusi fatti all'ambiente in cui viviamo. Ne consegue un clima di autodistruzione oggi più che evidente.

E allora cosa ci costa prenderci quei dieci minutini tutti per noi?
Come diceva una pubblicità di qualche anno fa:
Meditate gente meditate


Ciao
Giancarlo


venerdì 12 agosto 2011

La bandiera


Se dovessero tornare le elezioni…pensate a questa breve storia zen (che non ci sta male):


Hui-neng si recò al tempio di Fa-hsing.
Lì trovò due monaci che discutevano a proposito di una bandiera;
Uno diceva:
“È la bandiera che si muove.”
“È il vento a muoversi'” sosteneva l’altro.
A lungo ne discussero senza trovare un accordo. La discussione stava diventando animata, quando Hui-neng intervenne:
“Né il vento né la bandiera, è il vostro spirito che si agita.”
La disputa allora si sciolse.

(tratto da  “Le più belle storie zen”, Antonio Zanetti)


Ciao
Giancarlo

martedì 9 agosto 2011

La fine di un'illusione


Visto che nei telegiornali vari si sente molto parlare di crisi finanziarie, vi voglio riportare uno stralcio da "Avere o essere": 

 La Grande Promessa di Progresso Illimitato- vale a dire la promessa del dominio sulla natura, di abbondanza materiale, della massima felicità per il massimo numero di persone e di illimitata libertà personale - ha sorretto le speranze e la fede delle generazioni che si sono succedute a partire dall’inizio dell’era industriale. Indubbiamente, la nostra civiltà ha avuto esordio quando la specie umana ha cominciato a esercitare attivamente il controllo sulla natura; ma tale controllo è rimasto limitato fino all’avvento definitivo dell’era industriale stessa. Grazie al progresso industriale, cioè al processo che ha portato alla sostituzione dell’energia animale e umana con l'energia dapprima meccanica e quindi nucleare e alla sostituzione della mente umana con il calcolatore elettronico, abbiamo potuto credere di essere sulla strada che porta a una produzione illimitata e quindi a illimitati consumi; che la tecnica ci avesse resi onnipotenti e la scienza onniscienti; che fossimo insomma sul punto di diventare dei, superuomini capaci di creare un mondo «secondo», servendoci del mondo naturale soltanto come di una serie di elementi di costruzione per edificarne uno nuovo.



Gli uomini e, sempre più spesso, anche le donne hanno avvertito una nuova sensazione di libertà; sono diventati padroni delle proprie esistenze: le catene feudali sono state spezzate……



 
L’imponenza della Grande Promessa, le stupende realizzazioni materiali e intellettuali dell'era industriale devono essere tenute ben presenti se si vuole capire l’entità del trauma che oggi è prodotto dalla constatazione del suo fallimento. È infatti innegabile che l’era industriale non sia riuscita a esaudire la Grande Promessa, e un numero sempre crescente di persone sta
oggi rendendosi conto di quanto segue:
• La soddisfazione illimitata di tutti i desideri non comporta il vivere bene, né è la strada per raggiungere la felicità o anche soltanto il massimo di piacere;
• Il sogno di essere padroni assoluti delle nostre esistenze ha avuto fine quando abbiamo cominciato ad aprire gli occhi e a renderci conto che siamo tutti divenuti ingranaggi della macchina burocratica, e che i nostri pensieri, i nostri sentimenti e i nostri gusti sono manipolati dai governi, dall’industria e dai mezzi di comunicazione di massa controllati dagli uni e dall’altra;
• Il progresso economico è rimasto limitato ai paesi ricchi, e il divario tra nazioni ricche e nazioni povere si è più che mai ampliato.


Questo scriveva Erich Fromm nel suo celeberrimo “Avere o essere” nel 1976. Ormai non mi stupisco più di come tanti autori, a distanza di anni, siano attualissimi.

Ciao
Giancarlo