A chi non è capitato di affrontare un problema?
Di subirlo, di sopportarlo e soffrirlo?
Di solito si cerca anche di risolverlo.
A volte si riesce, a volte no.
A volte non si sa.
C’è una bella disciplina nota come “problem-solving” appositamente creata ed utilizzata nei vari campi delle umane attività.
E ci sono anche dei consulenti specializzati nel risolvere i problemi più svariati e che sono anche molto ben pagati.
Comodo no?
Ho un problema? Chiamo quello che li risolve!
Magari non tutti hanno il budget di una multinazionale. E allora che fare?
Quale che sia il problema da affrontare, un esercizio molto efficace per generare una motivazione utile per se stessi (e anche per gli altri), secondo me, consiste nel dire a se stessi: “Sono io il problema”.
Infatti, una volta che ci si vede come il problema, ci si vede anche come la soluzione.
Eh??
Suona strano, vero?
Questa cosa l’ho letta diverse volte e quando la leggevo ci rimanevo un po’ di sasso e passavo oltre. Poi un giorno ci ho riflettuto bene ed ho avuto l’intuizione che nella maggior parte delle situazioni, in effetti, siamo noi il problema. La nostra mentalità, il nostro modo di vedere le cose, le nostre aspettative costituiscono il maggiore ostacolo al nostro successo.
Guardando noi stessi come vittime dei nostri problemi, perdiamo la capacità di risolverli.
Se consideriamo e crediamo che la fonte dei nostri problemi è al di fuori di noi, chiudiamo le porte alla creatività. Invece, quando pensiamo “sono io il problema” avviene un grande sovvertimento energetico in quanto cambia radicalmente il punto di vista e la conseguenza è che possiamo diventare la soluzione.
Si può usare questo metodo proprio come un investigatore parte da un’ipotesi per capire cosa è successo sulla scena di un crimine.
Anziché puntare solo su quello che le apparenze portano a supporre può farsi anche altre domande tipo: “E se gli assassini fossero stati due, invece di uno?”
“E se Tizio fosse d’accordo con Caio?”
Ovviamente gli si aprono nuove possibilità. La televisione ormai ci ha abituati ai grandi delitti e a seguire tutte le piste ma la cosa dal vero è meno scontata di quello che si possa pensare.
Tutto ciò non deve portare necessariamente a dover provare che gli assassini erano due. Stesso discorso se scegli di pensare che sei tu a essere il problema:
è soltanto un modo diverso di vedere le cose.
Al prossimo problema, quindi, sai cosa fare.
Mi raccomando però di non puntarti il dito indice contro ed autoaccusarti, giudicarti e condannarti! Questo sarebbe, oltre che poco risolutivo, solo autolesionistico.
Ciao
Giancarlo


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