mercoledì 20 luglio 2011

Il piacere del percorso


Molti concordano sul fatto che nella vita avere degli obiettivi è fondamentale. Infatti la necessità di crescere e di migliorarsi è insita nella natura umana e quindi il primo requisito per considerarci "vivi" è definire la direzione che ci porterà a migliorarci.
Dove vogliamo andare, verso quale direzione?
Siamo noi a decidere la direzione della nostra vita o ci facciamo portare dal vento?
E’ importante quindi avere degli obiettivi e che questi siano definiti in modo dettagliato, siano quantificabili e abbiano una data di scadenza ovvero un termine ultimo entro il quale debbano essere realizzati.
Infatti un obiettivo vago non porta a nulla e senza una scadenza è facile cadere nella trappola del rinviare a data da destinarsi.
Succede spesso che le persone che ad un certo punto della vita smettono di chiedersi in che modo possono migliorare, ritengono che siano già arrivati e acquisiscono un atteggiamento mentale statico sono destinati ad incamminarsi inesorabilmente su un sentiero che li porta lentamente a spegnersi.

Quante persone hanno l’obiettivo di diventare ricchi o almeno migliorare la propria situazione finanziaria?
Si creano il oro obiettivo con la strategia per raggiungerlo concretamente. Fino a qui ci siamo. Qual è però lo stato d’animo con cui vanno avanti? 
Nella maggior parte dei casi l’idea del piacere e della felicità è ancorata al momento in cui raggiungeranno l’obiettivo finanziario prefissato per cui saranno disposte a fare attività stressanti, faticose e poco gratificanti pur di raggiungere quella meta.
Certo, dirà qualcuno, se si vogliono ottenere dei risultati bisogna pur pagare un prezzo. E’ proprio così?
Questi individui ritengono che il raggiungimento di quell’obiettivo possa dar loro felicità e che, per raggiungere la meta,  debbano inevitabilmente percorrere un tragitto caratterizzato da sacrifici e sofferenza. Quando arriverà il momento tanto atteso probabilmente queste persone rimarranno molto deluse perché lo stato d’animo negativo nel quale si sono immerse per lunghi periodi, impedirà loro di godere appieno dei risultati raggiunti.
Qui è importante sottolineare l’atteggiamento: non è l’obiettivo in sé che deve darci piacere, ma dobbiamo provare gioia ed entusiasmo all’idea di percorrere un tragitto che ci avvicinerà gradualmente al nostro obiettivo.
Non dobbiamo sacrificarci per anni vagheggiando un fantomatico momento nel quale potremo dar libero sfogo alla nostra felicità. E’ molto meglio godere di ogni singolo passo che ci permette di avvicinarci al nostro traguardo. E’ l’idea di avvicinarci sempre più alla meta che deve entusiasmarci, non la meta stessa.

Un rischio potrebbe essere quello che associare l’idea di piacere al momento preciso di realizzazione del loro obiettivo, senza preoccuparsi di studiare un percorso di avvicinamento gradevole e gratificante alla meta possa portare ad una inevitabile delusione poiché quando siamo immersi continuamente in uno stato d’animo che non ci è congeniale, agiamo in modo poco incisivo, anzi rischiamo di creare i presupposti per un auto-sabotaggio e conseguentemente per il fallimento

Tante persone vogliono aumentare i loro guadagni e si ritrovano a svolgere attività che odiano. Lavorano anche 14 ore al giorno, si sottopongono a degli stress enormi. E tutto ciò in attesa che arrivi quel giorno in cui potranno dire: "finalmente ce l’ho fatta! Ora posso essere felice!". Sarebbe una gioia effimera, che durerebbe qualche ora perché quelle persone avranno ancora in circolo le "tossine" di anni e anni di sacrifici e privazioni. Avrebbero educato la loro mente a sopportare grandi sacrifici, a fare le cose controvoglia, a soffrire in attesa della liberazione e questo atteggiamento acquisito impedirà loro di provare veramente piacere.
Si può entrare nel circolo vizioso di pensare che una volta raggiunto un obiettivo e questo non ci dia il piacere atteso ci sia bisogno di un altro obiettivo più grande più importante che possa dare le soddisfazioni dovute ma le frustrazioni non fanno che crescere sempre più.
C’è chi a un certo punto si stanca di sacrificarsi e di soffrire e allora abbandona la gara. Poi ci sono quelli che hanno esercitato a tal punto la forza di volontà e lo spirito di sacrificio che vanno avanti a tutti i costi. Si sovraccaricano di stress e di sensazioni negative perché “sono in ballo”. Ma non riusciranno mai a godere appieno dei risultati raggiunti, perché avendo educato per anni la propria mente in un certo modo, avranno perso completamente l’abitudine a "godersi l’attimo". E anche queste persone, tirando le somme, vivranno una condizione di continua frustrazione, perché si troveranno a rincorrere una carota che non raggiungeranno mai.

E allora non c’è speranza? Non dobbiamo crearci degli obiettivi?
No, no, calma.
Possiamo scegliere: o scegliamo di essere felici quando avremo raggiunto il nostro obiettivo oppure decidiamo di perseguire i nostri obiettivi felicemente.Sembra un po’ la stessa cosa ma sono due approcci completamente diversi: possiamo ritenere di aver bisogno di quell’obiettivo per stare bene oppure possiamo stare bene a prescindere dal raggiungimento di quell’obiettivo, ma comunque impegnarci ad ottenerlo per stare meglio. Possiamo associare l’idea di felicità al momento in cui avremo raggiunto la nostra meta oppure essere felici per il fatto di perseguire una meta, cioè godere del tragitto che ci porterà ad avvicinarci sempre più al nostro obiettivo.

Buon cammino
Giancarlo

mercoledì 13 luglio 2011

Una tazza di tè


Nan-in, un maestro giapponese dell’èra Meiji  (1868-1912), ricevette la visita di un professore universitario che era andato da lui per interrogarlo sullo Zen.
Nan-in servì il tè. Colmò la tazza del suo ospite, e poi continuò a versare.
Il professore guardò traboccare il tè, poi non riuscì più a contenersi. «E’ ricolma. Non ce ne entra più!».
«Come questa tazza,» disse Nan-in «tu sei ricolmo delle tue opinioni e congetture. Come posso spiegarti lo Zen, se prima non vuoti la tazza?».

(da 101 storie zen, nyogen senzaki e paul reps)


Ciao
Giancarlo

lunedì 11 luglio 2011

Gioia e dolore



Donne e motori: gioie e dolori.
Così recita un moderno detto popolare.
Leggiamo invece i meravigliosi versi di Kahlil Gibran (da “Il Profeta”):


Allora una donna disse: Parlaci della Gioia e del Dolore.
Ed egli rispose:
La vostra gioia è il vostro dolore senza la maschera.
E il pozzo da cui scaturisce il vostro riso fu spesso pieno delle
vostre lacrime.
E come potrebbe essere diversamente?
Quanto più penetra e scava il dolore dentro di voi, tanta più gioia
potrete contenere.
La coppa che contiene il vostro vino non è la stessa coppa che fu
bruciata nel forno del vasaio?
E non è il liuto che accarezza il vostro animo il legno stesso scavato dai vostri coltelli?
Quando siete gioiosi, guardate a fondo nel vostro cuore e vedrete
che solo quello che vi ha dato dolore vi dà ora gioia:
Quando siete dolenti, guardate ancora nel vostro cuore, e vedrete
che state in realtà piangendo per quello che vi ha dato diletto.

Alcuni di voi dicono: «La gioia è più grande del dolore», e altri
dicono: «No, il dolore è più grande».
Ma io vi dico che essi sono inseparabili.
Essi giungono insieme, e quando l’uno siede con voi alla vostra
mensa, ricordate che l’altro dorme sul vostro letto.

In verità, siete come bilance oscillanti tra il dolore e la gioia.
Soltanto quando siete svuotati, siete fermi e bilanciati.
Quando il tesoriere vi solleva per pesare l’oro e l’argento, necessariamente gioia o dolore dovranno alzarsi o ricadere.



Se vi capita di attraversare un periodo “NO” ripensate a questi versi e chiedetevi come sarebbe la vostra vita senza “dolori”.
Come scrive Gibran gioie e dolori coesistono. I dolori sono soltanto qualcosa di brutto da dimenticare e superare o possono esserci utili?
Possono insegnarci qualcosa?
Cosa vi hanno insegnato i dolori?


Ciao
Giancarlo



giovedì 7 luglio 2011

Conoscenza


Qualche citazione per quelli che sono certi di sapere:


Certo sono più sapiente io di quest’uomo, anche se poi, probabilmente, tutti e due non sappiamo proprio un bel niente; soltanto che lui crede di sapere e non sa nulla, mentre io, se non so niente, ne sono per lo meno convinto, perciò, un tantino di più ne so di costui, non fosse altro per il fatto che ciò che non so, nemmeno credo di saperlo.
(Socrate in Platone, Apologia di Socrate)

Tutti gli uomini per natura tendono al sapere.
(Aristotele, Metafisica)

E’ assai più bello sapere un po’ di tutto che saper tutto di una cosa.  (B. Pascal, Pensieri)

Tutta la conoscenza rimane fallibile, congetturale. Non esiste nessuna giustificazione, compresa, beninteso, nessuna giustificazione definitiva di una confutazione. Tuttavia, noi impariamo attraverso confutazioni, cioè attraverso l’eliminazione di errori [...]. La scienza è fallibile perché la scienza è umana.
(K.R. Popper, Scienza e filosofia)

Ho interrogato la mia ragione; le ho domandato che cosa essa sia: questa domanda l’ha sempre confusa.
(Voltaire, Il filosofo ignorante)













Come dice Aristotele “tutti gli uomini tendono al sapere” e noi, cosa sappiamo esattamente? Come e da chi l’abbiamo imparato? Da quale circostanza o evento l’abbiamo imparato? Ne siamo proprio certi? Come facciamo a sapere di esserne certi? Quali prove abbiamo? Quanto ci abbiamo riflettuto sopra?
Se impariamo ad avere qualche dubbio possiamo ampliare il nostro punto di vista. Non vi pare?


Ciao
Giancarlo



mercoledì 6 luglio 2011

Il secchio d'acqua


A coloro che sono in cerca della Verità propongo questa piccola storia zen:


 “Quanto desideri conoscere la verità?” chiese un Maestro a un suo discepolo. Prima che questi potesse rispondere il Maestro gli prese la testa e gliela ficcò in un secchio colmo d’acqua, trattenendovela a forza.
Quindi gliela tirò fuori e disse:
"Quando desidererai la verità quanto desideravi respirare sarai pronto a conoscerla.”

(tratto da  “Le più belle storie zen”, Antonio Zanetti)


Ciao
Giancarlo

lunedì 4 luglio 2011

Amore




Oggi parliamo di…amore. Sono stati versati fiumi di inchiostro sull’argomento. Non mi cimenterò anch’io sul tema, mi limiterò a riportate un piccolo stralcio di Erich Fromm dal suo “L’arte di amare”:
È l'amore un'arte? Allora richiede sforzo e saggezza.
Oppure l’amore è una piacevole sensazione, qualcosa in cui imbattersi è questione di fortuna? Questo volumetto contempla la prima ipotesi, mentre è fuor di dubbio che oggi  si crede alla seconda.
La gente non pensa che l'amore non conti. Anzi, ne ha bisogno; corre a vedere serie interminabili di film d’amore, felice o infelice, ascolta canzoni d’amore; eppure nessuno crede che ci sia qualcosa da imparare in materia d'amore.
Questo atteggiamento si basa su parecchie premesse: la maggior parte della gente ritiene che amore significhi «essere amati», anziché amare; di conseguenza, per loro il problema è come farsi amare, come rendersi amabili, e per raggiungere questo scopo seguono parecchie strade.
Una, preferita soprattutto dagli uomini, consiste nell'avere successo, nell’essere ricchi e potenti quanto lo possa permettere il livello della loro posizione sociale. Un’altra, seguita particolarmente dalle donne, è di rendersi attraenti, coltivando la bellezza, il modo di vestire, ecc.
Una terza via, seguita da uomini e donne, è di acquisire modi affabili, di tenere conversazioni interessanti, di essere utili, modesti, inoffensivi. Molti dei modi per rendersi amabili sono gli stessi impiegati per raggiungere il successo, per «conquistare gli amici» e la gente importante. Come dato di fatto, quel che la gente intende per «essere amabili», è essenzialmente un insieme di qualità.
Una seconda premessa per sostenere la teoria che nulla v’è da imparare in materia d’amore, è la supposizione che il problema dell’amore sia il problema di un oggetto, e non il problema di una facoltà. La gente ritiene che amare sia semplice, ma che trovare il vero soggetto da amare, dal quale essere amati, sia difficile. Un atteggiamento questo determinato da molte ragioni, legate allo sviluppo della società moderna. Una di queste è il grande cambiamento avvenuto nel ventesimo secolo riguardo la scelta dell'oggetto del proprio amore. Nell’epoca vittoriana, come in molte epoche tradizionaliste, l’amore non era un’esperienza personale che potesse condurre al matrimonio. Al contrario, il matrimonio veniva contratto per convenienza, dalle rispettive famiglie, da intermediari; veniva concluso sulla base di considerazioni sociali, ed era opinione comune che il sentimento sarebbe nato in seguito. Nelle ultime generazioni, il concetto dell’amore romantico si è diffuso nel mondo occidentale. Negli Stati Uniti, sebbene considerazioni di natura convenzionale non siano del tutto assenti, la maggior parte della gente è alla ricerca dell’«amore romantico», dell'esperienza personale d’amore che dovrebbe condurre al matrimonio. Questo nuovo concetto di libertà in amore deve avere largamente contribuito ad aumentare l’importanza dell'oggetto contro l’importanza della funzione.

E voi cosa ne pensate? Condividete il pensiero di Fromm?
Pensate che l’amore sia un’arte oppure una piacevole sensazione?


Ciao
Giancarlo



domenica 3 luglio 2011

Del mangiare e del bere

A chi non piace mangiare e bere?
Mangiare e bere sono necessari. Ma quanto sono importanti?
Qualcuno ne fa uno scopo di vita, qualcun altro li apprezza più discretamente ma c’è anche chi li evita come fosse peste.
Sentiamo cosa ne dice, con grande sensibilità poetica, il grande Kahlil Gibran nel suo “Il Profeta”:    

Allora un vecchio locandiere disse: Parlaci del Mangiare e del Bere.
Ed egli disse:
Vorrei che poteste vivere del profumo della terra, e che come un’aerea pianta vi nutriste di luce.
Ma giacché dovete uccidere per mangiare e rubare al nuovo nato il latte materno per estinguere la vostra sete, sia allora il vostro un atto di adorazione.
E la vostra mensa sia un altare sul quale i puri e gli innocenti della foresta e dei campi sono sacrificati a ciò che è più puro e più innocente nell’uomo.

Quando uccidete un animale, ditegli in cuore:
“Da questo stesso potere che ti abbatte, io pure sarò ucciso; e anch’io sarò consumato.
Poiché la legge che ti consegnò nelle mie mani consegnerà me in mani più potenti.
Il tuo sangue e il mio sangue non sono che la linfa che nutre l’albero del cielo”.

E  quando addentate una mela, ditele nel vostro cuore:
“I tuoi semi vivranno nel mio corpo,
e i tuoi germogli futuri fioriranno nel mio cuore,
e la tua fragranza sarà il mio respiro,
e insieme noi godremo attraverso le stagioni”.

E in autunno, quando dalle vigne raccoglierete l’uva per il torchio, dite nel vostro cuore:
“Anch’io sono una vigna, e il mio frutto sarà raccolto per il torchio.
E come vino nuovo sarò tenuto in vasi eterni”.
E in inverno, quando spillerete il vino, fate che vi sia in voi un canto per ogni coppa;
E nel canto vi sia memoria dei giorni d’autunno, della vigna e del torchio.

E noi, che poeti non siamo (pardon, ho generalizzato!), quando mangiamo potremmo anche fare solo un pensierino su cosa stiamo facendo e magari ringraziare.
Chissà che non ci faccia bene.

Ciao
Giancarlo


  

sabato 2 luglio 2011

Diario non di bordo

Sono contento di iniziare questo percorso dedicato a benessere, felicità e crescita personale.
Per me si tratta di una opportunità di condividere anche sul web spunti di riflessione, contributi di conoscenza ed alcuni strumenti che, se correttamente applicati, possono aiutare a migliorare le vostre prestazioni personali e professionali, raggiungere i vostri obiettivi, scoprire pienamente le vostre risorse e rendere più lieta ed appassionata la vostra vita.
Ognuno di noi ha dentro di sé ciò che gli serve per essere felice; con qualche informazione in più, con qualche spunto utile è possibile acquisire maggiore consapevolezza, scoprire “nuovi modi” per realizzare ciò che si desidera e vivere meglio.
Si tratta di spunti per allenare la connessione corpo-mente, che mette il nostro cervello nelle condizioni di trovare le soluzioni più adeguate e il nostro organismo di produrre tante endorfine; queste ultime sono di vitale importanza in quanto capaci di stimolare il nostro sistema immunitario e aiutarci a mantenere il nostro benessere.
E se parliamo di benessere non intendiamo solo il benessere economico o quello fisico. Ci includiamo quello che può essere l’aspetto più importante: il buonumore. 
Come sarebbe la nostra vita senza un po’ di buonumore?
E come sarebbe se ce ne fosse tanto?
La mia esperienza personale (e forse anche la vostra) mi porta a dire che spesso le persone “si allenano” a prestare attenzione maggiormente a ciò che nella loro vita non và, a ciò che manca, a ciò che andrebbe migliorato: in tal modo creano una vera e propria abitudine alla “scarsità”. Vi sarà capitato di incontrare persone del genere, vero?
Ci sono molte persone che trascorrono gran parte della loro vita a lamentarsi: oggi del lavoro, domani del partner, il giorno dopo delle incomprensioni col collega, il giorno dopo delle aspirazioni deluse oppure delle varie minuscole e numerose avversità di tutti i giorni nonché dello stress, della crisi e per finire del barista che ha risposto maleducatamente. Non fanno altro che lamentarsi. Vivono di lamentele. Com’è trascorrere del tempo con questi individui?
Oppure ci sono quelle persone che dedicano la maggior parte del tempo nel rimorso per una decisione sbagliata, una scelta fatta o a rimpiangere un’occasione perduta.

C’è una cosa importante da considerare e ricordare: nella vita di tutti i  giorni ci sono tante piccole occasioni di gioia, momenti di buonumore e piacere che inducono al sorriso e, se afferrati al volo, rendono la vita più gradevole, serena  ed appassionante.
Ma noi, molto spesso, siamo davvero bravi a “cancellare” le cose belle presenti nella nostra vita, per focalizzare l’attenzione sulle cose che ci provocano ansia, rabbia e sentimenti che ci fanno star male.
Ma……si può cambiare atteggiamento!
Già, ma come?
“Lo scopriremo solo vivendo…” diceva una famosa canzone di Lucio Battisti.
Ora vi invito a fare una piccola cosa molto semplice: armatevi di un diario (anche un quaderno va bene) e ogni giorno annotate qualcosa di cui siete grati, un motivo di soddisfazione o, almeno, una piccola gioia quotidiana. Potete scrivere quello che volete voi anche le cose che vi potrebbero sembrare insignificanti ma che, in qualche modo vi hanno colpito.

Non devono essere necessariamente vincite alla lotteria, vanno benissimo anche cose   molto semplici quali: il saluto da una persona che vi sta antipatica, un sorriso inaspettato magari di un bambino, le feste del cane, ritrovare un oggetto che si pensava perduto, aver fatto un bel sogno; una buona notizia qualsiasi. Già, direte voi, ma perché mi devo mettere a fare la novella/o Anne Frank (che consiglio di leggere) ?
Perché quello di scrivere su un diario è un ottimo modo per abituarsi (o meglio riabituarsi) a cogliere immediatamente le cose belle che ci fanno stare bene e dar vita ad un’esperienza interiore che pian piano accrescerà soddisfazione, serenità e motivazione. E naturalmente ridurre abbondantemente le lamentele.
Buona scrittura

Ciao
Giancarlo

venerdì 1 luglio 2011

Salve!


Ciao a tutti e benvenuti al blog “OLBOS-EIRO”.
Probabilmente non sarà il primo né l’ultimo blog di questo genere  (se di genere si può parlare).
Né intende o pretende essere il migliore, il più bello o il più interessante.
Io ci metterò la mia passione, la mia grande curiosità, la mia esperienza personale, la mia insaziabile voglia di conoscere e crescere.

Ma di che si tratta?
Sviluppo e crescita personale, miglioramento della propria condizione economica, di relazione, di salute e spirituale.
Lo so, ci sono già molti che trattano questi argomenti e non si contano quelli che su facebook inseriscono qualche bella citazione. Sento già qualcuno lamentarsi: “Ecco qui un altro sedicente guru, presunto sapientone, predicatore ecc…che vuole insegnarci cosa fare e cosa non fare!”
No, niente di tutto questo! Io mi considero un ricercatore, un ricercatore che semplicemente vuole condividere cose interessanti, belle ed utili. E se volete possiamo percorrere un pezzo di strada insieme.   
Proporrò argomenti dalle fonti più disparate con gioia ed umiltà. Mi auguro che possano essere una fonte di ispirazione, uno spunto di riflessione per tutti coloro che avranno la voglia e l’interesse di spendere qualche minuto della loro giornata.
Mi rendo conto che c’è sempre meno tempo per tutte le cose che ci sono da fare e che siamo portati a cestinare automaticamente “ancora-altre-cose-da-leggere-e-che-ci-fanno-perdere-tempo” ed è appunto per questo che ho pensato di creare dei piccoli spazi per “staccare la spina” e ricaricarsi un po’ per affrontare meglio le nostre fatiche quotidiane.
Se riuscirò in questo intento sarete voi lettori a deciderlo continuando a leggere e a partecipare al blog.
Di questi tempi siamo veramente bombardati da informazioni di tutti i tipi ed i nostri cervelli sono saturi per cui cercherò di essere il più chiaro possibile, di usare le parole più adatte e di trasmettere sensazioni che vi possano essere utili.

Buona lettura!
Giancarlo