giovedì 29 dicembre 2011

Discorso per il premio Nobel per la pace (parte 3 di 3)

di Tenzin Gyatso, Sua Santità il XIV Dalai Lama del Tibet
Oslo, 10 dicembre 1989


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Ciò che indicano, questi mutamenti positivi è che la ragione, il coraggio, la determinazione e l'inestinguibile desiderio di libertà può alla fine vincere.
Nella lotta tra le forze della guerra, della violenza e dell'oppressione da una parte, e la pace, la ragione e la libertà dall'altra, queste ultime stanno avendo la meglio. Questa constatazione riempie noi tibetani di speranza perché forse un giorno anche noi potremo tornare liberi.
Anche l'assegnazione qui in Norvegia del premio Nobel a me, un semplice monaco originario del lontano Tibet, riempie di speranza i tibetani. Essa significa che, nonostante non abbiamo attirato l'attenzione sulla nostra situazione per mezzo della violenza, non siamo stati dimenticati. Significa anche che i valori che abbiamo cari, in particolare il nostro rispetto per tutte le forme di vita e la fede nel potere della verità, sono oggi riconosciuti e incoraggiati. 

È anche un tributo al mio maestro spirituale, il Mahatma Gandhi, il cui esempio è una fonte d'ispirazione per tanti di noi. Il premio di quest'anno è un'indicazione che questo senso di responsabilità universale sta crescendo. Sono profondamente commosso dal sincero interesse mostrato da così tante persone in questa parte del mondo per le sofferenze del popolo del Tibet. Questa è una fonte di speranza non solo per noi tibetani ma anche per tutti i popoli oppressi.

Come sapete, da quarant'anni il Tibet è sotto l'occupazione straniera. Attualmente, più di duecentocinquantamila militari cinesi sono di stanza nel Tibet. Alcune fonti stimano che l'esercito di occupazione sia due volte più numeroso.
Durante questo lungo periodo, i tibetani sono stati privati dei loro diritti umani più fondamentali, compreso il diritto alla vita e alle libertà di movimento, di espressione e di culto, solo per citarne alcuni. Più di un sesto dei sei milioni della popolazione del Tibet è morto come risultato diretto dell'invasione e occupazione cinese. Ancor prima che iniziasse la Rivoluzione culturale, molti monasteri, templi ed edifici storici del Tibet furono distrutti.

Quasi tutti quelli restanti sono stati distrutti durante la Rivoluzione culturale. Ma non voglio soffermarmi su questo punto, che è ben documentato, ciò che ritengo importante è rendervi conto del fatto che, malgrado la limitata libertà accordata dopo il 1979 di ricostruire parti di alcuni monasteri e altri segni di liberalizzazione di questo tipo, i diritti umani fondamentali del popolo tibetano sono tuttora sistematicamente violati e negli ultimi mesi, questa orribile situazione è persino peggiorata.
Se non fosse per la nostra comunità in esilio, così generosamente ospitata e sostenuta dal governo e dal popolo dell'India e aiutata da organizzazioni e individui di molte parti del mondo, la nostra nazione sarebbe soltanto poco più dei resti frantumati di un popolo. La nostra cultura, la nostra religione e la nostra identità nazionale sarebbero state eliminate del tutto. Come stanno le cose, abbiamo costruito scuole e monasteri in esilio e abbiamo creato istituzioni democratiche per servire il nostro popolo e conservare i semi della nostra civiltà. Con questa esperienza, intendiamo realizzare una piena democrazia in un futuro Tibet libero. Così, méntre sviluppiamo la nostra comunità in esilio su linee moderne, conserviamo anche la nostra identità e la nostra cultura e portiamo speranza a milioni di nostri connazionali che vivono nel Tibet.

Un problema che risulta di massima urgenza in questo momento è il massiccio afflusso di coloni cinesi nel Tibet. Nonostante nei primi decenni dell'occupazione un notevole numero di cinesi si sia trasferito nelle parti orientali dei Tibet — nelle provincie tibetane dell'Amdo (Chinghai) e del Kham (gran parte del quale è stata annessa dalla provincia cinese adiacente) — dal 1983 un numero senza precedenti di cinesi è stato incoraggiato dal loro governo a immigrare in tutte le parti del Tibet, compreso il Tibet centrale e occidentale (che la Repubblica popolare cinese chiama Regione autonoma dei Tibet).
I tibetani sono stati rapidamente ridotti a un'insignificante minoranza nella loro stessa patria. Questo sviluppo, che minaccia la sopravvivenza stessa della nazione tibetana, della sua cultura e della sua eredità spirituale, si può ancora arrestare e invertire. Ma bisogna farlo ora, prima che sia troppo tardi.
Il nuovo ciclo di proteste e violenta repressione, iniziato nel Tibet nel settembre del 1987 e che è culminato nell'imposizione della legge marziale nella capitale, Lhasa, nel marzo di quest'anno, è stato in gran parte una reazione a questo tremendo afflusso cinese. Le informazioni giunte a noi in esilio indicano che le marce di protesta e altre forme pacifiche di protesta stanno continuando a Lhasa e in numerosi altri luoghi in Tibet, nonostante le severe punizioni e il trattamento inumano cui sono stati sottoposti i tibetani detenuti per aver espresso le loro rimostranze. Il numero di tibetani uccisi dalle forze di polizia durante la protesta di marzo e quelli morti in detenzione in seguito non è noto, ma si ritiene che siano più di duecento. Migliaia sono stati fermati o arrestati e imprigionati, e la tortura è una pratica comune.

È sulla base di questa situazione che peggiora ogni giorno, e per impedire un ulteriore spargimento di sangue, che ho proposto quello che viene generalmente chiamato "Piano di pace in cinque punti" per il ristabilire la pace e i diritti umani in Tibet. Ho elaborato questo piano in un discorso a Strasburgo l'anno scorso. Credo che il piano rappresenti una cornice ragionevole e realistica per negoziati con la Repubblica popolare di Cina. Finora, però, i leader cinesi non sono stati disposti a rispondere in modo costruttivo. La brutale repressione del movimento democratico cinese nel giugno di quest'anno ha tuttavia rafforzato la mia opinione che qualsiasi sistemazione della questione tibetana avrà senso solo se sostenuta da adeguate garanzie internazionali.


Il Piano di pace in cinque punti affronta i principali problemi interconnessi, gli stessi problemi a cui mi riferivo nella prima parte di questo discorso.
Esso chiede:
  • la trasformazione dell'intero Tibet, comprese le province orientali del Kham e dell'Amdo, in una Zona di ahimsa (non violenza);
  • l'abbandono della politica di trasferimento della popolazione cinese;
  • il rispetto dei diritti umani fondamentali e delle libertà democratiche del popolo tibetano;
  • il ripristino e la protezione dell'ambiente naturale del Tibet; e
  • l'inizio di seri negoziati sullo status futuro del Tibet e delle relazioni tra i popoli tibetano e cinese.
Nel discorso di Strasburgo, ho proposto che il Tibet diventi un'entità politica autogovernata e democratica.
Vorrei cogliere questa occasione per spiegare il concetto di Zona di ahimsa o santuario di pace, che è l'elemento centrale del Piano in cinque punti. Sono convinto che esso sia di grande importanza non solo per il Tibet ma per la pace e la stabilità in Asia.
Il mio sogno è trasformare l'intero altopiano tibetano in un libero rifugio in cui la specie umana e la natura possano vivere in pace e in armonioso equilibrio. Un luogo in cui le persone, provenienti da tutte le parti del mondo, potrebbero andare e cercare il vero significato della pace dentro se stessi, lontano dalle tensioni e dalle pressioni presenti nella maggior parte del resto del mondo. Il Tibet potrebbe veramente diventare un centro creativo per la promozione e lo sviluppo della pace.


Questi sono gli elementi fondamentali della proposta Zona di ahimsa:
L'intero altopiano tibetano sarebbe smilitarizzato.
La produzione, sperimentazione e stoccaggio di armi nucleari e di altri armamenti sull'altopiano tibetano sarebbero proibiti.
L'altopiano tibetano sarebbe trasformato nel più grande parco naturale o biosfera del mondo. Sarebbero promulgate leggi rigorose per proteggere la fauna selvatica e la flora; lo sfruttamento delle risorse naturali sarebbe accuratamente regolato in modo da non danneggiare importanti ecosistemi; nelle aree popolate, sarebbe adottata una politica di sviluppo sostenibile.
La produzione e l'uso dell'energia nucleare, e di altre tecnologie che producono rifiuti pericolosi sarebbero proibiti.
Le risorse e la politica nazionale sarebbero dirette verso l'attiva promozione della pace e della protezione dell'ambiente. Le organizzazioni dedicate al mantenimento della pace e alla protezione di tutte le forme di vita troverebbero in Tibet una patria ospitale.
Sarebbe incoraggiata in Tibet l'istituzione di organizzazioni internazionali e regionali per la promozione e la protezione dei diritti umani.
L'altitudine e le dimensioni del Tibet (pari a quelle della Comunità europea), assieme alla sua storia e alla sua eredità spirituale, lo rendono idealmente adatto a svolgere il ruolo di santuario di pace nel cuore strategico dell'Asia.
Sarebbe anche in armonia con il ruolo storico del Tibet come nazione buddista pacifica e regione cuscinetto tra le grandi potenze asiatiche, spesso rivali.
Per ridurre le tensioni esistenti in Asia, il presidente dell'Unione Sovietica, Michail Gorbaciov, ha proposto la smilitarizzazione della frontiera sovietico-cinese e la sua trasformazione in una "frontiera di pace e buon vicinato". Il governo del Nepal aveva già proposto che il paese himalaiano del Nepal, confinante con il Tibet, diventasse una zona di pace, anche se questa proposta non comprendeva la smilitarizzazione del paese.
Per la stabilità e la pace dell'Asia, è essenziale creare delle zone di pace che separino le grandi potenze, e le altre potenziali avversarie.
La proposta del presidente Gorbaciov, che comprendeva anche un totale ritiro delle truppe sovietiche dalla Mongolia, contribuirebbe a ridurre la tensione e il potenziale pericolo di un confronto tra l'Unione Sovietica e la Cina. Una vera zona di pace deve evidentemente essere creata anche per separare i due Stati più popolosi del mondo, la Cina e l'india.
La creazione della Zona di ahimsa richiederebbe il ritiro di truppe e installazioni militari dal Tibet, cosa che consentirebbe all'India e al Nepal di ritirare anch'essi truppe e installazioni militari dalle regioni himalaiane confinanti con il Tibet. Questo dovrebbe essere ottenuto mediante accordi internazionali. Sarebbe nel migliore interesse di tutti gli Stati dell'Asia, specialmente della Cina e dell'India, e accrescerebbe la loro sicurezza riducendo allo stesso tempo il peso economico di mantenere alte concentrazioni di truppe in aree remote.
Il Tibet non sarebbe la prima area strategica a essere smilitarizzata. Parti della penisola del Sinai, il territorio egiziano che separa Israele e l'Egitto, sono state smilitarizzate da qualche tempo. Il Costarica e ovviamente il miglior esempio di un paese interamente smilitarizzato.
Il Tibet non sarebbe nemmeno la prima area a essere trasformata in una riserva naturale. Molti parchi sono stati creati in tutto il mondo. Alcune aree strategiche sono state trasformate in "parchi naturali della pace". Due esempi ne sono il parco La Amistad al confine tra Costarica e Panama e il progetto Sì a Paz sul confine tra Costarica e Nicaragua. Quando ho visitato il Costarica, agli inizi di quest'anno, ho visto come un paese può svilupparsi con successo senza un esercito, diventare una stabile democrazia dedita alla pace e alla protezione dell'ambiente naturale. Questo confermò la mia convinzione che la mia visione del Tibet nel futuro è un piano realistico, non meramente un sogno.



Consentitemi di finire con una nota personale di ringraziamento a tutti voi e ai nostri amici che non sono qui oggi. L'interesse e il sostegno che voi avete espresso per la condizione dei tibetani ci hanno grandemente commosso e continuano a darci coraggio per lottare per la libertà e la giustizia; non mediante l'uso delle armi materiali ma con le potenti armi della verità e della determinazione. So di parlare a nome di tutto il Tibet quando vi ringrazio e vi chiedo di non dimenticare il Tibet in questo momento critico nella storia del nostro paese. Anche noi speriamo di contribuire allo sviluppo di un mondo più pacifico, più umano e più bello. Un futuro Tibet libero cercherà di aiutare coloro che hanno bisogno in tutto il mondo, di proteggere la natura e di promuovere la pace. Credo che la capacità tibetana di combinare qualità spirituali con un atteggiamento realistico e pratico ci permetta di dare uno speciale contributo, sia pure in modo modesto. Questa è la mia speranza e la mia preghiera.
Per concludere, permettetemi di condividere con voi una breve preghiera che i dona grande ispirazione e determinazione:
Finché durerà lo spazio,
e finché rimarranno degli esseri umani,
fino ad allora possa rimanere anch'io a
scacciare la sofferenza del mondo.




grazie-ciao
GIAncarlo

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